Il ritorno del mito gnostico: considerazioni sulla serie Netflix OA.

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In uno dei pensieri che compongono il meraviglioso libro La morte del sole, Manlio Sgalambro scrive: “Racconti bizzarri e mostruosi dilettano, come i miti e le leggende degli esordi. Si regredisce al racconto, la cui nenia malinconica accompagna gli atti consueti della vita. Il regresso prende forma di progresso. Si va avanti per ricongiungersi al più presto con il passato, che è lì ad attendere come futuro. All’arte, come nel neolitico, si assegnano compiti sociali”. Il filosofo notava in questa maniera il fallimento dell’era della ragione filosofica, che sembra esser ormai tramontata e aver lasciato il posto a quella pratica tutto sommato tribale, pre-razionale che è la narrazione. Sarebbe rozzo e inesatto voler vedere nelle grandi opere letterarie del passato i rappresentanti di questo regresso: un Dostoevskij ad esempio vale più di molti trattati di logica. E, del resto, sarebbe ingiusto pensare che il filosofo catanese avesse in mente la grande narrativa del passato. Io penso che si riferisse a tutte le opere POP, in musica e non, che hanno popolato il nostro immaginario negli ultimi quaranta anni. Il POP, che per conto mio va ormai molto al di là della musica, ed è più che altro un modo di affrontare il mondo –di certo inconscio-, come Sgalambro stesso ben sapeva, lui che il POP l’aveva non solo frequentato ma praticato; il POP dicevo ha trovato in questi ultimi tempi un palcoscenico e un modo di espressione nuovi: le serie TV, quali se ne vedono soprattutto su Netflix. A portarmi a scrivere queste riflessioni è stata proprio una di queste serie.
Ho visto in due giorni le otto puntate della serie Netflix OA. Riassumo brevemente la storia per chi non l’abbia vista. Una ragazza tenta il suicidio. Quando viene portata in ospedale di lei non si sa nulla, fin quando in lei viene riconosciuta una ragazza scomparsa da casa sette anni prima. I genitori accorrono all’ospedale e scoprono con estrema meraviglia che la figlia può ora vedere: quando aveva lasciato casa, era cieca. La riconducono allora nel paesino, sperso nel mezzo del niente come tanti paesini americani, dove vivono. Lei si ostina a mantenere un ferreo silenzio riguardo a ciò che le è accaduto in quei sette anni sia con i suoi genitori sia con gli agenti federali. Nel frattempo altri personaggi, ragazzi di scuola superiore, vengono introdotti uno ad uno nella narrazione. C’è il bullo problematico, innamorato di una ragazza che non lo vuole, ma con la quale fa sesso. C’è il bravo ragazzo figlio di immigrati di origine messicana, che attraverso la sua costante diligenza riesce ad ottenere cospicue borse di studio. C’è la ragazza lesbica che veste come un ragazzo e schiva i suoi genitori, coi quali non riesce ad avere una relazione vera. Infine, una professoressa di mezza età frustrata e depressa e un altro ragazzo che fa da spalla al bullo, anche lui con una storia a dir poco difficile alle spalle. La ragazza scomparsa, che chiama se stessa OA, benché il suo nome sia Prierie, cioè prateria, riesce a legare a sé questi altri personaggi, coi quali si vede ogni sera in una casa abbandonata, dove comincia a raccontar loro la sua storia. Si scopre che: lei è nata in Russia, figlia di un oligarca, nel 1987 (ma c’erano già gli oligarchi?…); a seguito di un incidente, causato da un attacco della mafia russa, muore, ma la sua anima si ricongiunge al suo corpo dopo aver incontrato in un’altra dimensione una donna araba di nome Katun, che la rispedisce sulla terra. Al suo ricongiungersi col corpo, si ritrova cieca; il padre la manda allora in America, per metterla al sicuro da altre ritorsioni contro di sé da parte della mafia. Tuttavia, il padre muore e la bimba finisce sotto la custodia della zia, sorella del padre, che dirige un bordello in America (la sorella di un oligarca che fa la maitresse… va be’). Qui viene adottata, o per meglio dire comprata, da una coppia di americani attempati. La bimba fa di continuo sogni che la terrorizzano, viene allora sottoposta a cure farmacologiche. A 21 anni, non avendo mai creduto alla morte del padre, fugge di casa e va a New York, dove si aspetta di incontrarlo; incontra, invece, uno scienziato che la convince ad andare via con lui. Tuttavia, quest’uomo diventerà il suo carceriere: la imprigiona, infatti, in uno scantinato, assieme ad altri quattro, tutti accomunati da aver avuto un’esperienza di attraversamento della morte e di ritorno in vita, ed è per questo che lo scienziato li tiene prigionieri, per poterli studiare e dimostrare l’esistenza della vita dopo la morte. Egli li fa morire più volte, sapendo che poi ritorneranno in vita; i cinque, tuttavia, si coalizzano e cominciano a loro volta a studiare le loro esperienze sperando di trovare così una via di fuga. Scoprono che i loro ‘angeli’ si trovano in altre dimensioni, attraverso le quali loro possono viaggiare, se muniti di alcuni ‘movimenti’ che sono cinque in tutto. Comincia la spasmodica ricerca di questi movimenti. Attraverso varie vicende, lei riesce ad uscire dal luogo della sua prigionia. Mentre racconta tutte queste cose ai suoi nuovi amici, insegna loro anche i movimenti, allo scopo di ricongiungersi con i suoi ex compagni di prigionia, in particolare uno, Homer, ovvero Omero. Senonché, il più sveglio, il lodevole figlio di immigrati messicani, trova a casa di OA alcuni libri che mostrerebbero come lei si sia inventata tutto. A questo punto la vicenda sembra concludersi. Ma, durante il pranzo degli studenti a scuola, arriva un ragazzo con un mitra automatico; i cinque che OA aveva radunato attorno a sé, mentre tutti sono terrorizzati sotti i tavoli, eseguono all’unisono i movimenti, confondendo così l’attentatore che viene in fine messo a terra dal provvido intervento di un cuoco della mensa. (Dico, parenteticamente, che quella danza, se così la si può definire, confonde e non poco anche lo spettatore con un minimo di senso del ridicolo.) In tutto questo OA viene ferita da un proiettile partito durante la colluttazione: infatti, lei si trovava lì a seguito di uno dei suoi sogni premonitori. Dopo questo fatto, i cinque sembrano tornare coesi, perché riconoscono l’efficacia di quanto hanno appreso: esser capaci, cioè, di unirsi come una cosa sola contro il male.
La serie è ben congegnata e ogni episodio si guarda con piacere; inoltre, come anche altre serie americane, fornisce uno spaccato dello squallore e della solitudine della vita di provincia americana, sulla quale farebbero bene a riflettere i filo-USA di casa nostra. Tuttavia, alla fine della visione è difficile trattenere la celebre frase del ragionier Ugo Fantozzi riguardo alla corazzata Potëmkin… Se il giudizio rimane inoppugnabile, è però interessante analizzare con più attenzione quale sia il motivo centrale sul quale viene costruita tutta la narrazione. In questo modo sarà possibile identificare l’assunto sul quale tutta la serie si fonda e la posizione rispetto alla realtà che suggerisce. Inoltre, penso che un’analisi di questo genere ci possa far riflettere sul mondo nel quale ultimamente ci troviamo a vivere.
Teniamo a mente alcuni dati che emergono dalla narrazione:

1) la protagonista è portatrice fin da bambina di una, diciamo così, coscienza superiore che le deriva dalla sua esperienza di ritorno dalla morte;

2) viene fatta prigioniera e condotta in un luogo oscuro, dove però il suo arrivo ha il potere di risvegliare gli altri prigionieri e di spingerli alla ricerca della libertà e della verità;

3) tutti questi personaggi apprendono che la realtà è un insieme di molte dimensioni, che ogni uomo deve attraversare per essere libero (nel loro caso la liberazione coincide più immediatamente con l’uscire dal loro stato di prigionia, ma è come concetto applicabile ad ogni essere umano, come dimostra la storia che fa da cornice);

4) queste dimensioni che bisogna attraversare sono dei luoghi veri, come scopriamo ascoltando il dialogo tra OA e il suo carceriere, che le svela di come in una delle sue esperienze di abbandono del corpo lei sia stata sugli anelli di Saturno;

5) ogni dimensione è presieduta da un custode, che può dare come tener nascoste informazioni importanti. Infine, bisogna fare attenzione a come la protagonista definisce se stessa, ovvero come il Primo Angelo, beccandosi una sonora sberla dalla madre esasperata (e dalle torto, povera donna!).
Tutto ciò mi ha fatto immediatamente pensare alla struttura portante del mito gnostico, così come esso appare dai testi manichei e dalle scritture mandee. L’idea portante di questo mito è che ogni uomo è in realtà un frammento del divino prigioniero qui sulla terra, ovvero nel mondo delle tenebre, dove è arrivato come prigioniero dopo aver attraversato tutti i ‘mondi’ ovvero le varie sfere astrali. La coscienza del suo vero essere e della sua origine viene risvegliata in lui da una chiamata, la quale è immaginata a un tempo come proveniente dal di fuori, cioè da un messaggero inviato da lassù, e dal di dentro, cioè come risveglio dell’anima profonda e del suo desiderio di tornare al luogo d’origine. Il ritorno all’origine coincide con la liberazione da questa caverna buia che è la vita terrena, ma come per la discesa, anche per la salita l’anima dovrà attraversare diversi regni, o dimensioni, ognuna coincidente con un pianeta e ognuna presieduta da un custode. Importante è notare che la libertà viene immaginata come un altrove al quale bisogna tornare, mentre la vita di quaggiù non è che prigionia. Il ritorno lassù può avvenire sotto la guida di un angelo inviato dall’alto, un messaggero appunto (è questo che la parola angelo vuol dire originariamente): costui è il Primo Angelo o anche Primo Generato. Hans Jonas (Gnosi e spirito tardoantico, trad. it. a cura di Claudio Bonaldi, Milano, Bompiani, 2010) ha descritto in maniera magistrale l’atteggiamento esistenziale che si accompagna a questa visione del mondo. Il suo fulcro è la percezione della realtà come un qualcosa di terribile e quindi la volontà di fuggirne, di tornare lì dove si pensa vi siano la pace e la libertà. È questo, come Jonas sottolinea, un atteggiamento profondamente anti-mondano, in base al quale l’uomo non deve impegnarsi in un lavoro di comprensione del mondo che lo circonda e quindi anche in un tentativo di miglioramento, ma deve focalizzarsi ad abbandonare questo mondo, chiudendosi in una interiorità distaccata dal tutto.
A questo punto mi si potrebbero obbiettare due cose: la prima è che non è detto affatto che gli autori della serie avessero in mente la Gnosi e i suoi miti, anzi è del tutto probabile il contrario; la seconda è che in effetti nella serie non si parla di abbandono del mondo, al contrario i cinque ragazzi attraverso i loro ‘movimenti’ sventano una strage.
Alla prima obbiezione rispondo che certo, non ho le prove filologiche della derivazione del nucleo centrale della storia dal mito gnostico. Ciò non di meno, i paralleli con esso rimangono. Per tanto, seguendo Jonas, si può dire che l’importante non è tanto mostrare una derivazione materiale o un’ispirazione diretta, quanto notare quei punti strutturali che accomunano la nostra narrazione ad un’esperienza spirituale ed esistenziale nota. In questo senso, il nucleo centrale della narrazione di OA è in tutto e per tutto gnostico: lei è il messaggero che risveglia gli altri e mantiene viva in se stessa la fiamma del desiderio per l’origine, il luogo della libertà. Dunque, bisogna concentrarsi sull’atteggiamento esistenziale e la visione del mondo che da esso è generata. Inoltre, aggiungerei che lo Gnosticismo ha conosciuto negli ultimi 30 anni una certa riscoperta, chiaramente in forme popolarizzate: si pensi ai libercoli di Dan Brown, per esempio. Quindi, non è improbabile che gli autori della serie avessero una qualche conoscenza della Gnosi e dei suoi miti.
Alla seconda obbiezione è possibile rispondere se si riflette attentamente e sulla morale che il finale della storia vuole inculcare e soprattutto sull’assunto che regge questa morale. Come ho notato, il finale ha come scena una tentata strage in una scuola. Sappiamo tutti come episodi di questo tipo siano, purtroppo, molto frequenti negli Stati Uniti. Si tratta ormai di una vera e propria piaga nazionale, dalla quale il Paese non riesce a curarsi. La serie si confronta sì con questa realtà, e suggerisce che uniti, tenuti l’uno accanto all’altro da un legame, si può eliminare questo tragico problema. Questo legame è tra pochi ed è il frutto di una narrazione, che non deve neanche esser necessariamente vera, purché riesca a funzionare come collante di un gruppo più o meno ristretto, ma deciso e dedicato; gente dal cuore puro insomma. Ora, sta proprio qui il problema: alla comprensione del mondo e dei suoi meccanismi, e quindi alla lotta per dei cambiamenti reali di questi stessi meccanismi, si sostituisce l’idea che un gruppo di persone possa miracolosamente ed inaspettatamente evitare una strage. È l’idea cioè che la ragione e il buon senso si sbagliano nel volere insistere ad investigare le cause profonde dei fenomeni e ad affrontarli all’interno di un consesso politico dal quale tutta la società sia governata. Basta, infatti, una narrazione potente, non importa se veritiera o meno, che ci dia capacità di agire, dove l’azione non è più comprensione e modificazione della realtà, ma reazione estemporanea che viene essenzialmente da un altrove, un di fuori rispetto al corpo compatto della realtà e della ragione che la sostiene. Inoltre, questa azione non è il frutto dell’agire della società civile nelle forme di rappresentanza politica: la società non esiste, è solo un pulviscolo di frammenti, dal quale però la potente narrazione è capace di coagulare un gruppo di ispirati. L’azione, allora, è il frutto del fare di questa chiesuola, tutta compresa della sua narrazione. Si tratta, pertanto, di un messaggio che dispossessa la società della sua capacità come corpo collettivo di investigare, esperire e alla bisogna modificare il mondo secondo ragione –certo con tutte le difficoltà del caso. Al posto di questo faticoso rapporto con gli altri e con le cose, che viene del tutto fuggito, si propone l’idea della narrazione –veritiera o meno- che tenga insieme e renda coesi.
Dall’epoca della comprensione siamo tornati indietro all’epoca della narrazione, proprio come diceva Sgalambro: siamo in un nuovo neolitico, quello dei “rozzi cibernetici signori degli anelli”…