La disastrosa situazione delle banche in Europa

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Qual è il panorama?

La situazione appare decisamente sconfortante.

Come ho detto in miei precedenti interventi su “Informationzero”, ciò che ora caratterizza, ictu oculi, il sistema è una generalizzata scarsa qualità dei manager, della dirigenza e finanche degli operatori, che appaiono scarsamente formati.

Vi è poi un visibile scollegamento dall’effettiva realtà economica del territorio e delle aziende.

Insomma, sostanzialmente, quasi tutte le banche appaiono oggi come delle fabbricanti di prodotti, quando va bene, oppure venditrici di prodotti di terzi, quasi a livello di mini-market bancario.

Ho detto che ciò appare ictu oculi perché basta vedere il disastro che è presente nei crediti, nell’offerta di prodotti finanziari, nella scarsa capacità di sostegno alle imprese e nella generale disaffezione che la clientela oramai nutre nella categoria.

È ben vero, infatti, che la politica ha vieppiù aggredito il settore, ampiamente debilitato dalle diverse riforme che lo hanno interessato, indebolendone le autodifese. Ma non è possibile spiegare solo con questo assalto il deterioramento dei crediti di profondissimo livello o il vero e proprio “spaccio” di strumenti d’investimento, che hanno intossicato dai singoli risparmiatori fino a forme d’investimento collettivo.

E il tutto non può essere spiegato nemmeno dalla crisi che sta attanagliando l’economia dei paesi occidentali fin dal 2008, con terrificanti cadute, che hanno fatto perdere il conto di quanti “deep” abbiamo avuto (siamo oltre il double o triple; oramai si cercano gli orridi nascosti dietro l’angolo anche in singoli settori).

Anzi, se il sistema avesse saputo scegliere e discernere forse la situazione sarebbe stata meno grave.

Certo, non hanno aiutato le banche le previsioni di Basilea e le norme dettate dall’EBA, che da ultimo hanno portato alle emissioni da parte della UE della CRD4 e della CRR4 (queste sono, in estrema sintesi, le norme che hanno portato alla Vigilanza unica, all’inasprimento dei criteri di accantonamento patrimoniale, alle nuove norme sul bail-in e, in generale, sulle risoluzioni delle crisi bancarie).

E già prima, le vecchie norme di Basilea, giuste nello spirito ma sballate nella pratica applicazione, avevano portato ad un prociclicità nei confronti della crisi che i normatori avrebbero dovuto prevedere (in parole povere, quando c’è crisi metto più paletti al credito, ma paletti indiscriminati portano a forti contrazioni dei sostegni disponibili per cui anche altre aziende andranno in crisi aumentando questa perversa danza circolare).

Insomma, anche il normatore ci ha messo del suo.

Rimane comunque il fatto che la massa di crediti deteriorati fa inorridire, essendo un carcinoma.

L’autopsia, però, fa più paura, perché – a ben guardare – molti sostegni appaiono dati senza una reale cognizione dei fabbisogni dell’imprenditore il quale, spesso, a sua volta sa fare il suo mestiere ma non ha idea di come si deve indebitare.

Quando però l’opportuna forma del credito da concedere non viene compresa anche dal bancario, beh!, capite che le preoccupazioni hanno un senso.

Sono direttamente testimone di tanti crediti dati inizialmente con criterio, misurati al centimetro in modo sartoriale rispetto ai reali cicli produttivi e poi allargati senza considerazione dei fabbisogni, “perché l’imprenditore va bene”. Inutile dire che fine hanno fatto quei crediti. Posso purtroppo – come detto – testimoniare circa diversi esempi.

Ovviamente, non tutte le banche e non tutti i manager sono così; accennerò al termine alle figure di qualità che vi sono in Italia.

Il resto dell’Europa?

 Se l’Italia piange, il resto dell’Europa non ride.

Certo, l’Italia ha una percentuale spaventosa di crediti in sofferenza perché, la descritta insipienza ha dominato il settore.

Ma non è che in Germania, tra ingerenze della politica e scarsa capacità di fare banca, stiano meglio.

È noto che le banche tedesche hanno alti costi operativi e bassa redditività; questo è il motivo per cui quella Nazione tuona contro la politica di quantitative easing e tassi bassi.

È più facile vampirizzare il cliente che rendere la propria azienda efficiente, specie quando una gran quota delle banche è pubblica (come le Landesbank) e la politica entra anche in quelle non direttamente nella mano pubblica.

Ciò senza parlare di Deutsche Bank, carica di derivati e poco efficiente sul retail, tanto che si è trovata costretta a vendere (anzi a svendere) pezzi di gruppo per far cassa (come Abbey Life Assurance Co.), subendo per di più l’onta di dover assumere un amministratore delegato inglese e, da ultimo, vedere i cinesi di HNA aumentare la loro quota di partecipazione al 4,76%, divenendo così il quarto socio dopo due fondi “Quatarini” e gli americani di Black Rock.

Per inciso, HNA è anche tra i cinque offerenti per l’acquisto Hsh Nordbank, la banca regionale tedesca in crisi salvata con capitali pubblici negli anni scorsi (http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-04-03/dopo-quota-deutsche-cinesi-corsa-landesbank-tedesca-hsh-nordbank-124347.shtml?uuid=AE8zJTy&refresh_ce=1) tra gli strepiti di “Die Linke”.

Né brilla per efficienza Commerzbank, che si troverà o dover fare pesanti tagli occupazionali.

Entrambe le banche hanno perso molto in borsa.

http://intermarketandmore.finanza.com/banche-tedesche-in-crisi-db-parte-con-le-svendite-cb-licenzia-personale-78336.html

E in Francia?

Anche lì la situazione non è rosea anche se, a giudizio di scrive, il sistema francese è storicamente tra i migliori e tale rimane tutt’ora, ancorché pesantemente acciaccato.

La caratteristica più apparente dei confratelli gallo/celtici è una pesante rendita di posizione di cui il sistema gode grazie a una forte concentrazione del potere nelle mani di poche banche grandi o di istituti centrali di categoria che sono vere e proprie aziende/holding che operano monoliticamente sul mercato, in modo ben diverso da quel che siamo abituati a vedere in Italia.

Il Credit Agricole, infatti, è una vera Holding del sistema cooperativo, ben diversamente da quel che accade in Italia con le BCC dove ICCREA non ha lo stesso peso sul mercato nazionale. Ciò, tanto più considerando la naturale litigiosità delle ex “casse rurali e artigiane” che oggi, dopo la (pessima) riforma del Governo Renzi, sono anche riuscite a dividersi in due poli: uno capofilato da ICCREA e l’altro dalla Cassa Centrale Trentina, che raccoglie i dissidenti dal sistema centrale di tutta Italia. Il tutto, tenendo presente che la Federazione germanofona di Bolzano è storicamente a sua volta autonoma.

Anche la BPCE (Banques populaires-Caisses d’épargne) presenta una analoga graniticità, tanto da farla essere il secondo operatore creditizio francese e ad avere al suo interno delle “divisioni” che agiscono solo nominalmente coi vecchi marchi ancora conosciuti dal mercato.

Se queste a due realtà si aggiungono SG (Société Générale) e l’acciaccata BNP Paribas avete completato il sistema.

La controprova è nel fatto che tra le maggiori banche sistemiche a livello internazionali le francesi sono ben presenti.

Tutto questo vuol dire scarsa innovazione e, quindi, maggiori costi per i clienti, dovuti al sostanziale monopolio ed alle inefficienze che un soggetto vecchio naturalmente genera.

Per maggiori particolari, si veda questo articolo (https://www.challenges.fr/finance-et-marche/banques/le-rapport-qui-assassine-les-banques-francaises_22620).

Per non appesantire il discorso, circa le banche spagnole faccio solo cenno alla pesante crisi che le colpì nel 2012 a causa della sovraesposizione nel mercato immobiliare, che aveva produttivamente ecceduto le proprie capacità di vendita (come si vede, la storia si ripete uguale ovunque).

Merita però dire che il sistema Iberico è oggi molto più sano, perché l’economia ha ripreso in settori diversi da quello immobiliare (e, soprattutto, in più settori tra loro diversificati) mentre lo Stato ha lasciato fallire le banche inefficienti, salvando solo quelle che potevano garantire il proprio risanamento.

http://www.ilfoglio.it/esteri/2017/04/24/news/la-spagna-va-alla-grande-131505/

Evidentemente in Italia non si guarda mai oltre confine.

Della Gran Bretagna non parlo perché è sempre rimasta “fuori Europa” anche prima della Brexit.

L’Irlanda pure, che oggi ha ripreso vigore, è un sistema diverso. È infatti più una piazza caratterizzata dal mercato finanziario, che fa premio sul sistema ordinario.

Il resto è niente, Austria compresa, che ha perso molto come piattaforma di passaggio quando c’era la “Cortina di ferro”.

 

Cosa determina tutto ciò?

Il gigantismo, le rendite di posizione, la scarsa preparazione di manager e addetti hanno un solo risultato: il sistema è vecchio.

Incapace di rinnovarsi, se non per qualche componente di qualità necessariamente snella e “fuori dal coro”.

Ma, soprattutto, è un sistema caratterizzato da pesantissimi costi dovuti a procedure informatiche e organizzative vecchie e obsolete, che consumano risorse e sono inefficienti perché – come qualsiasi buon informatico o organizzatore sa – ogni intervento sui programmi e processi ne degrada l’efficienza aggiungendo parti che non erano nella originaria concezione (si spera, fatta in modo lineare).

Tutto questo determina ancora un alto fabbisogno di personale, proprio per il metodo antico di lavoro. Personale che lungi dal godere della opportunità offerta da una apparente possibilità di occupazione, si trova oggi stretto nella morsa dell’eccesso di costo, con inevitabile necessità di tagli, che però mal si conciliano con la scarsa efficienza descritta.

Insomma, tutte le banche europee sono tra l’incudine dei costi e il martello dell’inefficienza.

Come reagiscono a tutto ciò?

Non facendo nulla di nuovo e riproponendo vecchie formule.

In parole povere, la parola Fintech nel sistema bancario non si sente proprio; è un fonema senza significato.

In compenso, le aziende proseguono a proporsi come fabbriche di prodotto (anche questo senza sostanziale innovazione) contando sul fatto che con le grandi reti qualche pesce si pesca sempre.

Peccato che oggi le reti sono le parti delle banche più inefficienti e costose che ci siano, per di più caratterizzate da una prossimità l’un l’altra che ieri rappresentava più scelta per l’utente, ma oggi solo meno lavoro per tutti.

Senza, per intuibili motivi, entrare in particolari e nomi, posso personalmente testimoniare che almeno due grandi realtà europee hanno dichiarato di percorrere la via di vendere nuovi prodotti grazie al loro gigantismo, che appare più una dichiarazione di pochezza d’idee che di mera inefficienza.

Nel tutto, i governi nulla fanno per smuovere il sistema.

Anzi, lo proteggono nei modi sbagliati e con provvedimenti tampone presi sotto l’incalzare della furia popolare che fa buttare in pasto alla “ggente” soluzioni contingenti che sono la plastica rappresentazione di “A Garbage Can Model of Organizational Choice” (Il modello di scelta organizzativa a cestino dei rifiuti) di Cohen, Michael D.; March, James G.; Olsen, Johan P., 1972.

Né l’Europa fa di meglio, lasciando dal 2015 un provvedimento che riporta il sistema all’antica divisione tra tipologie di operatore, separando banca e finanza, come era nella grande Legge Bancaria Italia del 1936 e come era nel Glass-Steagall act del 1933, colpevolmente smantellato da Bill Clinton su pressione della industria bancaria.

 

L’America ride?

Non molto di più, perché anche gli Stati Uniti hanno superato le loro crisi del mattone, con i mutui subprime, e di scandali bancari ne hanno avuti a iosa, dalle “savings” alla Lehman Brothers.

Tuttavia, l’anticipo della crisi e la naturale propensione di quel paese a considerare crolli e ripartite come un naturale fatto dei cicli di vita economici, hanno fatto si che il loro sistema oggi si stia aggiornando più velocemente di quello europeo e le piattaforme online siano molto più avanzate delle nostre.

Anche lì, però la commistione tra banca e finanza rende fragile il sistema.

 

Che fare?

Occorre procedere velocissimamente alla ricreazione a livello internazionale delle separazioni tra banca e finanza e tra tipologie di banca, creando anche strutture dedicate al sostegno di quelle iniziative che una banca ordinaria non può sostenere, quali imprese in start-up che presentano un intrinseco rischio più alto rispetto a una impresa già avviata e quindi non devono mettere a rischio risparmi ordinari, oppure il finanziamento di grandi opere infrastrutturali.

Certo, la battaglia più grossa sarà proprio col sistema bancario, perché la finanza prosegue e fare premio nelle grandi strutture internazionali che, oramai, di banca hanno poco o nulla e nelle banche che credono ancora (illuse!) di essere too big to fail.

Solo con questo tipo di intervento dirigistico si potrà far si che le banche recuperino autonomamente la capacità e di stare sul mercato e, quindi, l’efficienza.

Ogni altro intervento regolativo di pesante natura, come visto, non riesce a creare alcuna virtù.

Questo, naturalmente, mantenendo una forte attenzione alla vigilanza e alla effettiva capacità sanzionatoria per i soggetti che distruggono valore.

E questo, soprattutto, evitando di salvare banche decotte che non possono più dar nulla al mercato, peraltro saturo, privilegiando piuttosto la ricerca di riallocazione di pezzi sani e/o interessanti, per salvare più posti di lavoro possibile, senza depauperare le esauste casse statali con operazioni fallimentari (Noticella a margine: probabilmente, l’unica operazione valida condotta è stato il salvataggio di MPS, ma perché è una banca che malgrado lo strame fattone dalla politica ha ancora qualcosa da dire al territorio. Forse oltre mezzo millennio non passa invano).

 

Finalino: tutto è male in Italia?

In realtà, come dicevo, alcune esperienze di qualità in Italia ci sono ma sono massimamente legate a banche che esprimono una proprietà privata.

Il “Padrone”, infatti, se è illuminato fa crescere l’azienda e il mercato di riferimento, se è un conservatore sta quanto meno attento a non depauperare il valore del suo investimento.

Nella prima categoria rientra a pieno titolo la Banca Sella, che è sempre stata all’avanguardia in campo tecnologico, tanto da essere una delle prime banche che negli anni ’70 attivarono l’on-line, quando ancora nelle altre aziende si dovevano fare prima le file al “riscontro” che controllava la tua posizione del conto e poi ti mandava dal cassiere che eseguiva le operazioni, tra un mare di foglietti verdi e rossi che erano le volatili e voluminose fiches delle operazioni. Oggi è una delle aziende meglio posizionate nel mercato elettronico, ha una buona solidità patrimoniale e – naturalmente – fa il credito come al buon tempo antico.

Anche Banca Ifis è ben posizionata. Appartiene per oltre la metà a Sebastien Egon Fuerstenberg (famiglia Agnelli) che ne è il fondatore ed ha un CEO, Giovanni Bossi, che riesce a vedere le direzioni da prendere. Basa la sua solidità soprattutto perché viene dal mondo del Factoring, attività che costringe a conoscere mercati e cicli aziendali.

Ci sono anche diverse BCC e qualche piccola popolare, come altre banche private, di qualità. Tutte hanno come caratteristica un buon management non attratto/assediato dalle sirene della politica, né dedito alla ricerca dell’utile nel breve spacciando prodotti finanziari.

Come si vede, sto parlando di tutte realtà medie o piccole, anche se in grado di esprimersi a livello nazionale.

Probabilmente quella è la dimensione esatta, che ti fa stare vicino al territorio e lascia libera la sana concorrenza.

Con questo non vuol dire che non vi sia necessità di grandi banche.

Una o due realtà di grandi dimensioni con proiezioni internazionali servono per sostenere grandi aziende, grandi iniziative e finanche strategie nazionali.

Ma, per favore, che siano banche!