Ostia: Casa Pound, si conferma per la montagna d’ipocrisia che è sempre stata.

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Mi ricordo che da ragazzina, quando scendevo alla stazione di Ostia Lido, facevo il giro largo per evitare di passare sulla fermata dello 01, ché era meglio evitare sguardi sbagliati. Mi ricordo quando ci hanno messo la vigilanza, sullo 01, perché era successo che l’autista si era rifiutato di cambiare il tragitto per accompagnare sotto casa qualche stronzo, e ragionevolmente l’hanno schiumato di botte. Lo 01 portava a piazza Gasparri, alla Nuova Ostia.
Ma mi ricordo pure il litorale, verso maggio, quando cercavo il primo mare tra le colate di cemento e potevo fare la conta di chi aveva pagato il pizzo e chi no in base ai chioschi andati a fuoco. Il fuoco me lo ricordo pure in pineta però, d’estate, dove la domenica andavo in bicicletta tra vetri rotti e siringhe, le stesse che trovavo pure al Pietro Rosa, il parco diametralmente opposto a piazza Gasparri, dove invece andavo sui pattini.
Io sono nata nel 1986, a Ostia, e oltre a costatare che da bambina ero molto più sportiva di adesso, mi viene in mente solo che Ostia fa schifo da almeno trentun anni. E anche Acilia, Dragona, San Francesco, San Giorgio e tutti quei posti in cui, da adolescente, non potevo entrare dopo le sei di sera. O tutti quei posti, comunque, bonificati dal fascio e che al fascio sono tornati, senza in verità staccarsene mai troppo.
Sono andata via dal decimo municipio tredici anni fa e ci torno raramente e malvolentieri, eppure le facce degli Spada le conosco, perciò mi risulta difficile credere che Luca Marsella non sappia di aver abbracciato Roberto Spada. In mezzo ai ragazzini, per giunta.
Casa Pound, insomma, si conferma per l’ennesima volta la montagna d’ipocrisia che è sempre stata.
(Guendalina Fazioli)