Rimborso Fiscale Minimo Garantito (RFMG)

L’unico Reddito Di Cittadinanza oggi possibile rimanendo nell’Eurozona

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Indice degli argomenti

Prefazione di Nino Galloni  
Il Reddito Di Cittadinanza nella definizione originaria  
Come funzionerebbe la proposta di Nino Galloni ai giorni nostri?  
Una proposta per l’Italia  
Obiezioni più comuni  
Casi particolari  
Dal punto di vista degli imprenditori  
Accelerare il processo di rigenerazione della forza lavoro  
Effetti collaterali  
Questa proposta è economicamente sostenibile  
anche rimanendo nell’eurozona?  

 

Prefazione di Nino Galloni

 

Allo scopo di affrontare qualsiasi proposta in termini di reddito di cittadinanza e dintorni, forse non guasterebbe cercare di riassumere alcuni precedenti storici onde cercare di differenziare il salario minimo dal reddito di cittadinanza vero e proprio.

Quest’ultimo, infatti, dovrebbe essere la risultante di un qualche dividendo sociale:

  • a risorse scarse – quali siamo stati fino ad un cinquantennio fa per necessità (oggettivi limiti produttivi e tecnologici), di recente per miope scelta della cultura dominante – si tratta di convogliare quante risorse fiscali o, al limite, anche volontarie verso finalità di tipo redistributivo;
  • a risorse non scarse, con sovranità monetaria e necessità di sostenere la domanda (visto, appunto, che l’offerta non risulta limitata), si tratta di stabilire un livello di consumi e servizi che viene garantito a tutti secondo varie modalità (assegno sociale, accesso a mense-case-scuole-ecc. non fatiscenti).

Il reddito o salario minimo, invece, costituisce un livello sotto il quale non si può scendere, nel senso che, a prescindere dalla retribuzione, ci sarà sempre un’integrazione: è il paradiso dei padroni o datori di lavoro che potranno pagare il meno possibile, tanto i dipendenti otteranno la differenza dalla collettività; ciò, quindi, non va confuso coi minimi salariali che, paradossalmente, rappresentano esattamente il contrario, ovverossia l’obbligo per i datori di lavoro di non scendere al di sotto di una determinata soglia.

Storicamente, forse, l’esperienza più significativa rimane quella inglese che si trascina per oltre quattro secoli, dalla prima normativa sui poveri agli albori del XVII secolo (Elisabetta I), fino ai giorni nostri, con Elisabetta II.

Orbene, nel 1601, la prima regola fu che non si poteva esser poveri ovvero senza lavoro e senza reddito, pena il carcere: era, infatti, la fase di accumulazione originaria del capitale per cui i contadini vennero espropriati, per consentire il più lucroso allevamento estensivo delle pecore da lana (e non solo), ma obbligando i senzaterra a lavorare per i landlords.

Tale apparentemente orrenda normativa venne presto corretta, prima assegnando alle parrocchie la sorte dei più diseredati (e affidando risorse alle stesse), in una logica di obbligo di residenza locale, funzionale alle primarie esigenze della nascente agricoltura di tipo capitalistico (la lana veniva era fornita ai primi opifici preindustriali situati lontano dalle città): veniva offerto un lavoro che non si poteva rifiutare, perdita il beneficio dell’assistenza parrocchiale, finanziata con le tasse provenienti dallo sfruttamento delle colonie e dall’esportazione di filati, tessuti e prodotti finiti; in seguito, con l’inizio della rivoluzione industriale e la crescente meccanizzazione, gli opifici si spostavano in città e crescevano di dimensioni.

Quindi, la forza lavoro dovette venir trascinata via dalle campagne e concentrata. Fu proprio in occasione delle guerre napoleoniche che venne introdotto il salario minimo: esso combinava l’obbligo di lavorare (se no si perdevano i benefici), un bassissimo costo del lavoro e un’integrazione agganciata al prezzo del pane. Durante ed a causa delle guerre, quest’ultimo cresceva senza effetto sui salari, ma con aggravio della finanza pubblica.

Il modello di bassi salari e minimo garantito fu abbandonato – non ostante piacesse tanto ai padroni poco intelligenti – perché incentivava lo scarso impegno e rendimento dei lavoranti. Un grande movimento di opinione di stampo responsabile sostenne che le paghe dovevano essere agganciate allo sforzo o impegno e che il salario minimo dovesse risultare abolito.

In seguito alla crescita di importanza delle Unions sindacali, si definirono salari più alti in corrispondenza alla convenienza per le imprese di introdurre tecnologie competitive risparmia lavoro e sistemi assicurativi, prima privati (mutualistici) poi statali (il welfare), in caso di disoccupazione.

Di recente, con l’indebolimento dei sindacati, l’abbandono del welfare ed il calo dei livelli occupazionali/salariali, dopo la fine degli anni 70 del secolo scorso e fino ai giorni nostri, si è riproposto il dilemma tra salario garantito – curiosamente sostenuto dai movimenti di sinistra – e reddito di cittadinanza.

La proposta del M5S si trova, per certi versi, a tentare una sintesi delle due cose, in base anche alla prospettiva di una sostanziale decrescita delle opportunità di lavoro nella produzione di beni materiali e relativo indotto, ma in un contesto a risorse scarse (quindi dentro le gabbie dell’euro, ovvero senza conseguire una piena libertà di investimenti, solo limitata dalla domanda effettiva).

Orbene – il “Rimborso fiscale minimo garantito” – si trova, in quest’ultimo contesto, a definire una proposta che sposta la sintesi sul piano sistemico, ovvero la sposta considerando un meccanismo di spinta di tutte le risorse disponibili, evitando dispersioni, accavallamenti e possibili furbesche sovrapposizioni assistenzialistiche.

Patrizio Calzolai, dunque, ricorda il mio simile sforzo alla fine degli anni 70, inizio degli 80: partendo dalla apparentemente patologica crescita delle pensioni di invalidità nelle aree più disagiate del Paese, il dilagare della cassa integrazione e quant’altro, calcolai che, attribuendo un dividendo di circa 700.000 lire (attualizzato oggi sarebbe circa 1,200 euro) a quasi tutti, si otteneva una spesa per ammortizzatori sociali pari al totale di tutte le tipologie di sostegno che, spesso, stimolavano invece distorsioni ed abusi.

Oggi, il punto per me fondamentale è che le risorse monetario/finanziarie potrebbero non essere scarse (vedi Economia a 5 Stelle, Piano di Rilancio, Edizioni Sì 2014) ed una prospettiva di piena occupazione, considerando ambiente, servizi di cura, manutenzione ordinaria e straordinaria, sviluppo delle attività culturali, creative, artistiche, ecc. estremamente fattibile.

Allora – oltre trent’anni fa – si trattava di razionalizzare le cose ed avere il coraggio di definirle col loro vero nome, senza inganni e furberie: assistenza; previdenza; welfare e via dicendo.

Mi chiamarono ad altissimo livello (dove si decideva chi dovesse essere Ministro o presidente del Consiglio o presidente della Repubblica) e mi dissero di “non rompere i coglioni” perché quelle spese assistenziali mascherate, le false invalidità e via dicendo, servivano a rompere l’eventuale cartello dei disoccupati meridionali che, se si fossero uniti ai proletari del nord che stavo simpatizzando con le brigate rosse, sarebbe “stato un disastro”.

Accettai la versione; ma la mia furia si riaccese quando la medesima classe dirigente, dopo il 1981 (cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia), decise di finanziare tali spese a tassi d’interesse di mercato, come se fossero, anzi, spiazzando, investimenti buoni. Le brigate rosse non combinarono nulla, ciò non ostante il Paese si perse.

Oggi abbiamo, tuttavia e non ostante tutto, ancora moltissimo da salvare; ragionare su un reddito di cittadinanza fattibile e non controproducente (disincentivante dell’operosità), mi pare un esercizio fondamentale e da non trascurare.

Nino Galloni – Roma 6/6/2015

 

Il Reddito Di Cittadinanza nella definizione originaria

Si fa spesso un gran parlare di Reddito Di Cittadinanza, Reddito Minimo Garantito e ammortizzatori sociali come se si trattasse della stessa identica cosa. Ma siamo sicuri di sapere di cosa si tratta quando ci vengono proposti questi argomenti magari mischiandoli fra di loro?

Il virus della confusione che ha infettato i salotti politici ha contagiato anche molti studiosi. Si è recentemente parlato di uno studio dell’ISTAT che ha emesso alcuni giudizi negativi sul Reddito Di Cittadinanza, ma ha promosso il sussidio alla povertà.

Prima di addentrarci nell’analisi del sistema più adatto all’Italia è certamente il caso di sapere da dove traggono origine queste particolari forme di ammortizzatori sociali o meglio di strategie per l’ottenimento dell’equo sostentamento della popolazione in regime di armonioso sviluppo economico e contemporaneo equilibrio di inflazione e bilancia commerciale.

Il concetto di Reddito Di Cittadinanza (RDC) nasce negli anni 70 in ambienti conservatori inglesi.

Venne successivamente ripreso da Milton Friedman secondo il quale il RDC è un’imposta negativa, che però ha la caratteristica di sostituire tutte le attuali detrazioni andando a compensare con una restituzione in denaro fresco tutti quei casi in cui il percepiente non fosse in grado di pagare alcuna imposta in quanto disoccupato ovvero senza un reddito.

Qual’era lo scopo di Friedman? Il suo reale scopo era la chiarezza contabile: separare previdenza da ammortizzatori sociali, chiaramente essendo nato in ambiente conservatore egli considerava necessario che la previdenza fosse una forma privata mentre l’ammortizzatore sociale potesse rimanere pubblico.

L’idea partiva da due idee base nemmeno molto scorrette:

  1. lo Stato è nazionale, mentre i redditi diventano sempre più transnazionali (compresi quelli medio borghesi);

 

  1. ci sono molti schemi di ammortizzatori sociali che sono burocratici. Levando la burocrazia si otterrebbe che il 100% dei cittadini percepirebbe un reddito. Meno burocrazia significa maggiore efficienza dove l’efficienza è intesa nel senso del rapporto fra numero di persone che ricevono un sussidio/costo.

In linea di principio il ragionamento in sé non avrebbe niente di sbagliato.

In Italia negli anni 70 il primo a trattare questo argomento fu Nino Galloni che scrisse: “Abbiamo troppi ammortizzatori sociali. Sarebbe meglio averne solo uno. Ciò renderebbe l’intervento dell’INPS meno costoso e più efficace”

Da allora nessun altro fece una proposta per separare in maniera netta previdenza da assistenza. Ma cosa intendeva Galloni in concreto?

Egli riteneva che sostituire ammortizzatori sociali e borse di studio con un Rimborso Fiscale Minimo Garantito (RFMG) che gravasse sul fisco e non sull’ente di previdenza sociale fosse indispensabile per consentire all’ente di previdenza sociale di occuparsi solo delle pensioni sopra il Rimborso Fiscale Minimo Garantito, lasciando al fisco la distribuzione del Rimborso Fiscale Minimo Garantito.

Secondo la teoria il RFMG deve lasciare in carico al fisco i redditi per l’ammontare di sua competenza esclusiva, trattenendo solo l’onere della parte dei redditi superiori al Rimborso Fiscale Minimo Garantito, secondo lo schema seguente: ad esempio una pensione netta di

  • euro al mese si trasformerebbe in un Rimborso Fiscale Minimo Garantito di competenza del fisco e una pensione di 50 euro al mese erogata dall’INPS.

Come funzionerebbe la proposta di Nino Galloni ai giorni nostri?

La base di partenza è un Rimborso Fiscale Minimo Garantito di 700 euro al mese per ogni italiano residente maggiorenne.

Ragionando su uno stipendio di 1000 euro al mese lordi, a fronte di una tassazione media del 30% la persona dovrebbe ricevere in busta paga:

stipendio – le tasse + il Rimborso Fiscale Minimo Garantito

in questo caso avremmo

1.000 – 300 + 700 = una busta paga di 1.400 euro al NETTI mese

Nel caso decuplicassimo i redditi

10.000 – 3.000 + 700 = circa 7.700 euro al mese

Il meccanismo è di per sé semplice e stimola il cittadino a lavorare.

Attualmente invece l’assegno di disoccupazione, se il disoccupato trova lavoro entro 1 mese, non lo percepisce. Nel caso appena descritto il reddito è garantito indipendentemente che il percipiente lavori o meno.

Il vero problema è stabilire se il cittadino sia effettivamente residente o meno. Cruccio non da poco visto che il rischio di esborsi a percipienti non titolati è fortissimo.

Primo problema: come evitare che residenti all’estero ricevano il Rimborso Fiscale Garantito (RFMG)?

La casistica di invalidi civili impiegati all’estero pur risultando residente in Italia è piuttosto pingue di esempi eclatanti.

Secondo problema: servono risorse aggiuntive? Se si segue la proposta originaria no, perché il Rimborso Fiscale Garantito è sostitutivo degli odierni ammortizzatori sociali e non aggiuntivo!

Una proposta per l’Italia

Proviamo allora a pensare a una proposta per il caso specifico dell’Italia valutandola prima da un punto di vista finanziario e poi da un punto di vista sociale.

La prima domanda a cui rispondere è: al netto della spesa per pensioni, e assegni familiari, e accompagnamenti quanto spendiamo per il resto della spesa sociale?

Considerando che lo Stato concede una no tax area fino a 8000 euro, il costo della no tax area è attualmente di circa 48 miliardi.

L’INPS contemporaneamente spende circa 290 miliardi per pensioni + 20 miliardi di assegni di accompagnamento e assegni familiari e 100 miliardi per ammortizzatori sociali.

Con la nostra proposta l’assegno pensionistico verrebbe convertito in rimborso fiscale per un corrispettivo di 700 euro più la rimanenza nel classico assegno/bonifico.

In questo modo la spesa per gli ammortizzatori sociali a carico dell’INPS passerebbe dagli attuali 410 miliardi a futuri 252.

Se consideriamo la spesa per tutte le borse di studio (che verrebbero sostituite dal RFMG) e altri sgravi fiscali vari del tipo figli e coniuge a carico oggi arriviamo tranquillamente a 350 miliardi di spesa pubblica dispersa in varie voci.

Considerando che in Italia le persone sopra i 18 anni, sono circa 50 milioni significa che oggi spendiamo una media a persona di 7.000 euro a persona da cui, sommando gli investimenti per la formazione, si raggiungono i 7.800 euro a persona; cifra abbastanza ragguardevole (circa 600 euro al mese).

I nostri detrattori ci dicono che non c’è copertura finanziaria per il RDC sotto forma di RFMG, ma se il reddito di cittadinanza così come descritto è sostitutivo e non implica alcuna spesa

aggiuntiva rispetto a quanto oggi già spendiamo vuol semplicemente dire una cosa: se non ci sono per il reddito di cittadinanza non ci sarebbero nemmeno per l’assegno di disoccupazione. Tendenzialmente quindi potremmo sostituire tutti gli ammortizzatori sociali odierni e le spese con un unico ammortizzatore sociale nella forma di Rimborso Fiscale Minimo Garantito, legato alla residenza.

Obiezioni più comuni

L’obiezione più sensate che ci viene sollevata riguarda la problematica del rilevamento dell’effettiva residenza. Se lo Stato italiano non riesce a controllare la residenza dei suoi cittadini come potremmo essere sicuri che il sistema non si presti ad abusi maggiori rispetto al sistema attuale? Innanzitutto il concetto di residenza dovrebbe essere ridefinito.

Come possiamo ridefinire la residenza?

Semplice:

  1. se hai un lavoro che ti occupa almeno 15 ore a settimana o una partita iva attraverso cui paghi le tasse per un minimo di 15 ore a settimana;

 

  1. se fai un corso post diploma full time/part time (naturalmente con obbligo di frequenza);

 

  1. se svolgi lavori socialmente utili;

 

  1. se sei casalinga;

 

  1. se non fai nulla, ma vai a firmare 3 volte al mese al collocamento, ed in caso di invalidità ti è impossibile fai risultare la tua residenza al vigile urbano preposto ai controlli domiciliari.

 

Una ulteriore forma di compensazione per coloro che abbiano già accumulato un certo numero di anni in studio e lavoro e che volessero emigrare sarebbe quella del riconoscimento della parte di lavoro svolto (in proporzione dell’orario o di studio full o part time) tramite una percentuale (tipo del 2%) di RFMG per ogni anno produttivo precedente.

Similmente verrebbe riconosciuto il ‘bonus’ per i portatori di oltre il 51% di invaliditàper un corrispettivo di massimo 15 anni contributivi.

Come funzionerebbe quindi?

Facciamo l’esempio di un 38 enne che ha svolto 8 anni di studio fra laurea specialistica e dottorato, più altri 11 di lavoro.

Risulta così che il soggetto avrebbe quindi svolto un totale di 19 anni di lavoro, insomma avrebbe maturato un 38% di annullamento del requisito residenziale, e all’età pensionistica in questa situazione nel caso decidesse di emigrare manterrebbe a propria disposizione questa dote di 38% del RFMG quale dote sino al suo eventuale ritorno in Italia

Semplificando il ragionamento una volta tornato in Italia inizierebbe ad usufruire del 38% diritto di acquisizione del proprio RFMG ovvero percepirebbe il 38% di 700 euro per poi andare ad aumentare la quota riprendendo il normale iter di acquisizione di titoli attraverso la frequentazione di corsi ecc. sino a raggiungere il 100% non prima dei successivi 5 anni di residenza in Italia.

E se se ne va dall’Italia perché trova un lavoro all’estero? Anche in questo caso la risposta è semplice: se il lavoro dura più di 6 mesi, il soggetto perde il requisito della residenza e per riottenerla deve avere riuscire ad accumulare nuovamente almeno altri 5 anni fra studio, lavoro o lavori socialmente utili in patria.

Cosa si intende in concreto? Che se tornasse disoccupato in Italia, potrebbe usufruire solamente di quel 38% del RFMG sino al suo esaurimento e non potrebbe accumulare o incassare altri ammortizzatori sociali prima di 5 anni.

 

Casi particolari

E per i rifugiati, neo comunitari e altri stranieri? Semplice se arrivano senza aver lavorato o studiato in Italia non sono residenti. Se non lavorano o studiano (nel caso dei rifugiati, si potrebbe pensare a un programma di integrazione come seguire corsi di italiano, fare stage, ecc.) e nel caso lavorino o studino, varrebbero le stesse regole che per gli italiani

E per le vedove o gli inabili? Queste particolari categorie potrebbero utilizzare la parte accumulata dal defunto in aggiunta alla loro (eliminando cosi’ dal bilancio INPS anche una parte della pensione di reversibilità).

 

Dal punto di vista degli imprenditori

Ma allora agli imprenditori converrebbe? In termini di flusso di cassa certamente!

Perché?

Attualmente per dare ai propri dipendenti 1.000 euro netti al mese l’imprenditore ne spende 2.100 lordi fra tasse, trattenute, quota pensionistica, ecc. ecc..

Qualora venisse introdotto il RFMG spendendo esattamente gli stessi soldi nella busta paga del dipendente finirebbero 1.600 netti.

Ma siamo sicuri che il sistema non porterebbe ad abusi? Non esiste un sistema perfetto, quindi sicuramente il rischio che ciò accada c’è, ma avremmo solamente una variabile da controllare: la residenza.

Oltre tutto molti possibili abusi come contratti fasulli o partite iva inattive che pagano tasse, sarebbero a titolo oneroso.

Spieghiamo come: nel caso in cui una persona volesse andarsene all’estero mantenendo la residenza in Italia e continuando a mantenere il requisito di residenza, la persona avrebbe l’obbligo di aprire una partita iva, dichiarare almeno 5.460 euro l’anno, e quindi non ricevere più 9.100 euro l’anno di RFMG, ma 7.462 (basandosi su calcoli sulla falsa riga dei precedenti), altrimenti perderebbe il requisito di residenza.

Nell’attuale periodo di crisi nel non troppo ipotetico caso di un imprenditore con dieci dipendenti, verificasse un calo di fatturato, presumiamo del 10%, oggi si troverebbe di fronte a due sole scelte:

  1. riduzione dell’orario di lavoro del 10%;
  2. licenziare 1 dipendente.

Poiché lo stato non discrimina i due comportamenti spesso ci troviamo che le aziende scelgono l’opzione b.

In un sistema virtuoso come quello che proponiamo noi la scelta sarebbe quasi certamente a).

Il motivo sarebbe la deduzione dall’IRPEG dovuta alla riduzione del monte ore ridotte per 10 anni.

Accelerare il processo di rigenerazione della forza lavoro

Ora, tornando all’aspetto generale, se da una parte questa prassi consente una riduzione di costi alle aziende, dall’altra permette il naturale pensionamento dei lavoratori senza farli incorrere in perdita del posto o nel prepensionamento. Questo sistema prevederebbe il continuo ricambio generazionale della forza lavoro con l’inserimento di sempre più giovani lavoratori. Ciò consente, oltre che un progressivo rigeneramento delle risorse umane, anche una riduzione del carico finanziario sull’azienda a motivo dell’immediata riduzione delle buste paga delle forze lavoro in formazione.

Chiaramente le imprese piano piano sostituirebbero i lavoratori anziani con lavoratori giovani che costano di meno.

C’è un modo per accelerare questo processo?

Semplice, offrendo ai lavoratori anziani (sopra i 50 anni) una riduzione progressiva dell’orario fino alla pensione, per favorire una altrettanto progressivo inserimento di un giovane secondo lo schema seguente:

22 ore giovane 18 ore anziano, 24 ore giovane 16 ore anziano, 26 ore giovane 14 ore anziano, 28 ore giovane 12 ore anziano, 30 ore giovane 10 ore anziano, 32 ore giovane 8 ore anziano ,34 ore giovane 6 ore anziano, 36 ore giovane 4 ore anziano, 38 ore giovane 2 ore anziano, 40 ore giovane anziano pensione.

Naturalmente il contratto dovrebbe essere defiscalizzato con una riduzione di 2 punti percentuali di IRPEG. La defiscalizzazione del contratto permette ai giovani di entrare nel mondo del lavoro con un trainer esperto ed al trainer di età maggiore dei 55 anni di uscire dal mercato del lavoro. Questo sarebbe una manovra a costo zero poiché sposta parte della spesa su una fascia di reddito con propensione al consumo più alto: i giovani sotto tra i 18 e i 25 anni.

Ecco che progressivamente giungeremmo ad una svalutazione del costo del lavoro almeno pari al 20%. Ciò porterebbe a una rinnovata competitività delle imprese italiane senza che le forze lavoro debbano pagarne le conseguenze in busta paga, anzi riscondrandone un notevole aumento come visto in apertura di paragrafo.

A ciò andremmo ad aggiungere che dal secondo anno, avremmo un aumento del gettito fiscale e quindi potremmo anche puntare su conseguenti riduzioni di imposta.

Prospettiamo un aumento del gettito fiscale, perché di fatto questa manovra ridistribuisce la spesa pubblica verso fasce della popolazione a più alta propensione al consumo (effetto ricchezza) e quindi potremmo anche puntare su conseguenti riduzioni di imposta.

 

Effetti collaterali

E a livello macro? Non cambierebbe assolutamente niente: la spesa pubblica rimarrebbe invariata. I veri vantaggi sarebbero: la semplificazione – unificando tutte le voci di spesa già elencate in un unico ammortizzatore sociale – e la redistribuzione dei redditi. In pratica otterremo uno snellimento burocratico senza precedenti ed una maggiore equità nella redistribuzione della ricchezza.

Chi ci rimetterebbe? Senza dubbio verrebbe meno la necessità da parte dei cittadini di rivolgersi a consulenti ed enti preposti allo svolgimento di pratiche burocratiche complesse come ad esempio: patronati, consulenti del lavoro, commercialisti, avvocati che vedrebbero le loro entrate ridotte, ecc.

Oltre a queste categorie ve ne sarebbe una che verrebbe particolarmente colpita e che attualmente gode di 11.000 euro al mese di cassa integrazione. L’esempio specifico riguarda i piloti aeronautici che oggi arrivano a percepire fino ad 11.000 euro mensili per starsene a casa. Un esempio su tutti? I piloti ed i dirigenti di Alitalia.

Invece chi ci guadagnerebbe? Naturalmente il beneficiario di questo tipo di provvedimento sarebbe maggioranza perché con questo sistema il reddito sarebbe garantito al 100% dei cittadini residenti in Italia.

Questo nuovo modello di ammortizzatore sociale che effetti avrebbe sul PIL se in pratica sposta solamente la spesa mantenendola invariata nel suo complesso?

La risposta ce la dà Modigliani. Modigliani afferma che: “se aumentano le quotazioni della mia casa o delle mie azioni, anche se non la vendo mi sentirò più ricco e spenderò di più”.

Attualmente abbiamo circa 7 milioni di persone senza reddito e considerando che queste persone hanno una propensione alla spesa maggiore rispetto all’esempio dei piloti aeronautici, significa che se potessero ricevere circa 8.000 euro all’anno a testa di RFMG, lo Stato spenderebbe per loro 56 miliardi.

Secondo questo ragionamento l’applicazione del RFMG indistintamente a tutti porterebbe a un aumento di PIL delle categorie a alta propensione al consumo di 84 miliardi (circa un 5%) ma alla contrazione del PIL generato dalle categorie penalizzate dalla manovra pari a 50 miliardi (3%), per un aumento di PIL complessivo netto pari al 2%.

Le buste paga dei lavoratori invece, venendo a ridursi il cuneo fiscale così come sopra descritto, vedrebbero concretizzarsi un aumento di circa il 30% del loro attuale valore che, a causa delle riduzioni fiscali, potrebbe portare a un altro incremento di PIL pari all1%.

Questa proposta è economicamente sostenibile anche rimanendo nell’eurozona?

Certamente perché mantiene invariata la spesa e snellisce l’apparato burocratico consentendo il riallocazione di forze lavoro da rendere produttive in altri settori dello Stato.

E politicamente è fattibile? Questo dipende dal senso dello Stato non solo della classe politica ma di quella dirigente nel suo complesso. La palla passa ai cittadini.

 

Patrizio Calzolai